| Dal libro dei Proverbi |
| Pr 8,22–31 |
| Così parla la Sapienza di Dio: 22«Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine. 23Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra. 24Quando non esistevano gli abissi, io fui generata, quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua; 25prima che fossero fissate le basi dei monti, prima delle colline, io fui generata, 26quando ancora non aveva fatto la terra e i campi né le prime zolle del mondo. 27Quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull’abisso, 28quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti dell’abisso, 29quando stabiliva al mare i suoi limiti, così che le acque non ne oltrepassassero i confini, quando disponeva le fondamenta della terra, 30io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, 31giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo». |
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| L’autore del libro dei Proverbi persegue uno scopo didattico in un periodo storico, probabilmente quello postesilico, caratterizzato da crisi dei valori e smarrimento del senso religioso da parte della popolazione. I capitoli 1–9 invitano i lettori a cercare incessantemente la Sapienza, unica maestra di vita, colei che orienta l’esistenza di Israele al bene, alla felicità e alla pace. Modellare la propria vita sulle indicazioni della Sapienza significa custodire il «timor di Dio» (Pr 1,7) e giungere alla «conoscenza di Dio» (2,5–6). Il Signore quindi dona ai giusti la Sapienza perché lui «ha fondato la terra con Sapienza» (3,9). La Sapienza dunque è la proprietà divina immanente al creato ed il suo possesso anima la relazione tra il credente e il Signore. In Pr 8,22–31 l’agiografo dà voce alla Sapienza, che presenta se stessa come la creatura primordiale di Dio. La Sapienza è personificata e si colloca all’origine delle altre crea ture (v. 22); essa è colei che precede la formazione di ogni altro elemento cosmico (vv. 23–29). Per questo la Sapienza assume la funzione di assistente alla creazione: quando Dio creava «io ero con lui come artefice» (v. 30a). Ciò comporta che tutta la creazione ha un ordine interno ed è permeata dall’azione sapiente di Dio che ha messo in opera un progetto accessibile all’uomo. La relazione della sapienza con il Creatore è descritta in termini di «gioia» continua: «ed ero la sua delizia ogni giorno» (v. 30b). Come prospetta il Sal 104,3 la gioia, tipica dell’intimità divina, prorompe nell’attività creatrice e si propaga diffondendosi in ogni elemento del creato, considerato «cosa buona» (Gen 1,4.12.18.21.25.31). Questo amore irradiato dall’attività creatrice di Dio si esprime nel «gioco»: «giocavo davanti a lui in ogni istante» (v. 30c). L’attività ludica è godimento gratuito, è metafora di libertà e contemporaneamente di regola, e instaura relazioni di mutuo rispetto tra i partecipanti; perciò la metafora del gioco rende l’idea di una relazione di amore tra il Signore, la Sapienza e gli esseri umani (v. 31). Mediatrice di gioia e libertà, verità e santità, primogenita del Creatore, la Sapienza si è incarnata nel Figlio (Gv 1,14), il Verbo che comunica il vero volto di Dio agli uomini (Gv 1,18). Ecco perché san Paolo può proclamare che il Cristo morto in croce e risorto dai morti è la vera «Sapienza di Dio» (1 Cor 1,24). |
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| Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani |
| Rm 5,1–5 |
| Fratelli, 1giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. 2Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. 3E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata 4e la virtù provata la speranza. 5La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. |
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| Il testo di Rm 5,1–5 si colloca nella sezione dell’epistola che tratta della giustizia di Dio annunciata nel vangelo di Cristo, con i suoi risvolti soteriologici (3,21–5,21). La tesi enunciata il 3,21–22 e sviluppata fino a 4,25, esplicita il concetto che l’amore di Dio ci rende «giusti». Questa consapevolezza dei credenti in Cristo dipende dalla grazia del Padre che ci ama indipendentemente dalle nostre «opere»; nella sua argomentazione san Paolo fa appello alla figura di Abramo e segnatamente all’affermazione di Gen 15,6: «Abramo credette a Dio e ciò gli fu accreditato come giustizia» (Rm 4,3); il patriarca infatti, per grazia divina, è diventato modello di fede e Paolo in Rm 4,4–24 mette in evidenza due aspetti della figura di Abramo che diventano paradigmatici per ogni credente: Dio lo giustifica senza che il patriarca abbia compiuto qualche opera della Legge (a lui posteriore!) e il suo essere progenitore sia dei Giudei sia dei Gentili. Quindi Paolo, in 4,23–25, trasferisce nell’attualità l’azione giustificante di Dio: l’accreditamento della «giustizia» oggi si verifica per coloro che credono «in colui che (Dio) ha risuscitato dai morti, Gesù nostro Signore» (4,24); l’amore di Dio infatti si è palesato per mezzo di Gesù Cristo, il quale è morto a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione (4,25). R Una giustificazione trinitaria. Ora in 5,1–5 l’Apostolo insiste sulla dimensione teologica della nostra giustificazione: si tratta infatti di un processo del Dio Trinità di cui il Padre è la fonte e il fine. Il v. 1 infatti ha il suo abbrivio con l’aoristo passivo «giustificati» che ha per soggetto Dio. Però se noi siamo già stati giustificati dal Padre «per la fede», questa grazia giunge a noi «per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo». L’effetto finale di questa interazione tra Padre e Figlio è l’attuale «pace» tra gli uomini e Dio. Lo stato di pace segna il superamento della fase dell’«ira» di Dio (1,18) perché la «pace» è una relazione di accordo stabile e duraturo foriero di benessere reciproco tra i contraenti; è un rapporto di comunione grazie al quale l’uomo beneficia del dono della grazia divina, perché il Signore è il «Dio della pace» (15,33; 16,20). Nel v. 2 san Paolo constata che la fede è scaturita dalla predicazione del kerygma cristologico. Se Cristo ha ottenuto nel passato, con la sua morte e risurrezione, la nostra giustificazione, ogni credente nutre oggi la «speranza della gloria di Dio», ossia ha la certezza interiore di poter partecipare al futuro stato di salvezza (cf. 1,16). R Il dono della speranza e dell’amore. Nei vv. 3–4 il realismo spinge l’Apostolo a prendere in considerazione la condizione di attuale sofferenza che il cristiano è chiamato a vivere. Il termine «tribolazione» (thlîpsis) include una serie di prove dolorose di varia natura. Paolo fa appello alla consapevolezza del cristiano che la tribolazione innesca un percorso esistenziale che passa attraverso la «pazienza» (letteralmente «resistenza», «sopportazione») e la «virtù provata» (letteralmente «esame», «test»), per approdare alla «speranza». La sofferenza e la speranza, inizio e conclusione di questo processo, convivono nella vita del cristiano in quanto parte del mistero della morte e risurrezione di Cristo. Nel conclusivo v. 5 la «speranza» è certa perché è motivata dalla consapevolezza dell’«amore» (agápē) di Dio. Ecco il nucleo generatore della giustizia di Dio: l’amore divino assolutamente gratuito rende «giusti» gli uomini facendo sì che essi accolgano (fede) la realtà che Dio li ama di amore infinito. Ancora una volta quindi Dio, con il suo amore nei confronti delle creature, è l’artefice primo della salvezza. Il verbo «è stato riversato» rende l’idea del travaso di una sostanza liquida da un contenitore ad un altro. Il trasferimento dell’amore di Dio a noi è dovuto all’opera dello Spirito Santo «che ci è stato dato»; anche lo Spirito Santo è perciò un dono gratuito di Dio. Il verbo «dare», al participio aoristo passivo, denota che l’elargizione dello Spirito Santo è un evento già accaduto, ma esso permane in noi ed espande l’amore «nei nostri cuori», ossia nella sfera più intima del nostro essere. Paolo più volte ribadisce che lo Spirito Santo dimora costantemente in noi (Rm 8,9.11; 1 Cor 2,12; 3,16; 6,19 ecc.). Il Dio Trinità quindi agisce nei confronti dell’uomo con assoluta gratuità: il Padre effonde lo Spirito per realizzare la comunione con gli uomini, per mezzo della fede in Gesù Cristo, espressione vivida del suo immenso amore. |
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| X Dal Vangelo secondo Giovanni |
| Gv 16,12–15 |
| In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: 12«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà». |
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| Il testo ci presenta l’ultima delle cinque menzioni del Paraclito nel Vangelo di Giovanni (cf. 14,15–17.26; 15,26–27; 16,7–11.12–15) fatte da Gesù nel corso del cosiddetto «discorso di addio» pronunciato nell’Ultima cena (13,31–17,26). All’interno dell’insegnamento di Gesù riguardante la sua dipartita terrena e il suo ritorno al Padre, la concatenazione dei riferimenti al Paraclito supporta la speranza dei discepoli, perché lo Spirito Santo informa la presenza di Gesù in mezzo ai credenti per sempre. Ecco perché in Gv 16,4–33 l’atteggiamento ecclesiale deve passare dalla momentanea «tristezza» (v. 6) alla sempiterna «gioia» (vv. 20–22): la morte di Gesù prelude alla sua risurrezione e all’invio del Paraclito (v. 7). Lo Spirito Santo infatti continuerà la funzione che Cristo aveva svolto durante la sua missione terrena, portando la salvezza all’umanità del periodo post–pasquale (vv. 7–11). La salvezza consiste nella fede in Gesù, icona del Padre, che, nella «giustizia» di Dio manifestata dalla morte in croce, ha svelato agli uomini il peccato e ha sconfitto «il principe di questo mondo», potenza che soggioga gli esseri umani. Il male è stato vinto dalla morte e risurrezione di Cristo. Ora, nel periodo post–pasquale, l’attività dello Spirito Santo, mediante la fede dei discepoli, estende il raggio dell’azione soteriologica del Gesù terreno a livello universale. Nel suo messaggio d’addio ai discepoli il Gesù giovanneo parla di un prima e di un dopo interconnessi. La sequenza temporale in cui Gesù opera si avvia al suo culmine (13,1) e lascia spazio all’azione dello Spirito Santo che il Padre (14,26) e Gesù stesso invieranno (16,7). E Gesù effettivamente invierà lo Spirito con la sua morte (19,30: «e, chinato il capo, consegnò lo spirito») e la sua risurrezione (20,22: «detto questo soffiò e disse loro: ricevete lo Spirito Santo»). R Lo Spirito nella comunità. Nel brano dell’odierna liturgia (16,12–15) il baricentro dell’interesse di Gesù è spostato al periodo post–pasquale e quindi il suo discorso è rivolto alla futura comunità ecclesiale. Il Paraclito è visto non più nella sua azione nei riguardi del «mondo» (16,8–11) ma nella sua missione all’interno della chiesa. Nel v. 12 Gesù afferma: «ho ancora molte cose da dirvi». È una formula conclusiva del discorso. Gesù, il Lógos incarnato (1,14), ha comunicato la realtà divina dell’amore del Padre per gli uomini e continua a comunicarla ancora nel corso della storia attuale. Nell’imminenza della Passione i discepoli non sono in grado di «sopportare il peso» del tragico evento; il loro è un deficit ermeneutico. Essi non possono comprendere adeguatamente le parole di Gesù. Soltanto dopo aver sperimentato la presenza del Risorto in mezzo a loro e dopo la venuta del Paraclito i discepoli potranno comprendere appieno la rivelazione della quale Gesù è latore. L’innalzamento del Cristo (3,14; 8,28; 13,32–34), cioè la morte in croce e la risurrezione, letti da Giovanni come un unico evento, è la chiave ermeneutica della rivelazione del vero Dio. Allora le «molte cose» che Gesù non dice non alludono a nuovi contenuti che Gesù dovrebbe ancora insegnare in parole e opere, bensì connotano la completa comprensione post–pasquale di ciò che egli ha già insegnato (cf. 2,22; 14,26). Il dono dello Spirito Santo infatti permette alla chiesa di godere dei benefici salvifici della missione di Gesù e rende Cristo ancora oggi presente nella comunità dei battezzati. R Lo Spirito legato al Figlio. Nel v. 13 Gesù preannuncia la venuta dello Spirito Santo, chiamato con il pronome maschile ekeînos («quello»); è il Paraclito annunciato nel v. 7: si tratta quindi non di un «oggetto», di una energia indefinita, che richiederebbe un pronome neutro, bensì di una «persona». Gesù prospetta la sua «venuta» come sicura («quando verrà»). Nel Quarto vangelo il verbo «venire» (erchésthai) connota sia l’azione del Figlio, inviato dal Padre (Gv 5,43; 7,28; 8,14.42 ecc.), il Messia atteso (4,25–26), sia l’azione dello Spirito Santo (15,26; 16,7.13). Lo Spirito è definito, in forma di apposizione, «Spirito della verità», così come in 14,17 e 15,26. Il costrutto «Spirito della verità», ripetuto tre volte, ribadisce con fermezza il legame tra lo Spirito Santo e Gesù, il quale in 14,6 si autodefinisce «la verità» («io sono la via, la verità e la vita»). Se Gesù è la verità perché comunica Dio agli esseri umani, lo Spirito che il Padre dona, mediante la morte e risurrezione del Figlio, è il comunicatore della realtà dell’amore divino e prolunga la missione di Gesù nell’oggi ecclesiale. Tale connessione profonda tra Cristo e lo Spirito Santo è ribadita dalla prima funzione assegnata allo Spirito: «guidare a tutta la verità». Il verbo hodēgheîn («guidare»), al futuro, indica che lo Spirito precede e accompagna gli esseri umani in modo sicuro durante il percorso, Egli è la «via» (il verbo ha la radice hod- di hodós, «via», unita al verbo ēgheîsthai, «condurre»), termine che riecheggia ancora una volta 14,6; lo Spirito quindi assume la medesima missione di Gesù, il quale è la «via» che conduce al Padre e quindi è la «verità» che apporta la «vita». Il Paraclito conduce alla meta, la verità, la comunione del credente col Figlio e col Padre, senza un insegnamento autonomo; egli infatti «non parlerà da se stesso». Il suo insegnamento non aggiunge nuovi contenuti a quelli espressi da Gesù ma «dirà tutto ciò che avrà udito» da Lui. Lo Spirito suggerisce a noi ciò che Egli ha ascoltato dal Figlio, il quale è una cosa sola con il Padre (14,9b–10). R La nuova relazione di Dio con la chiesa. La presenza del Paraclito è inoltre funzionale all’«annuncio»: nei vv. 13–15 infatti tre volte lo Spirito è soggetto del verbo ananghéllein («annunciare»). In virtù di questa prerogativa comunicativa, Giovanni mostra che lo Spirito Santo è in costante relazione con i credenti (v. 13: «vi annuncerà le cose future»), con il Figlio (v. 14: «Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che mio e ve lo annuncerà») e quindi con il Padre (v. 15: «tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà»). Le «cose future» che lo Spirito Santo comunica alle comunità cristiane di ogni tempo consistono, secondo l’escatologia presenziale del quarto evangelista, nel rendere presente il Risorto, il Lógos divino, che abita il presente e il futuro della storia. In questo il Cristo è glorificato (v. 14), nella sua continua manifestazione, con parole ed opere, all’interno delle comunità cristiane e nel mondo; come la missione terrena di Gesù glorificava il Padre rendendolo accessibile nella sua realtà di amore (1,14.18; 17,4.6), così la missione dello Spirito Santo glorifica il Figlio rendendo viva ed efficace la sua presenza salvifica nel tempo della chiesa. Il v. 15 infine esplicita la relazione tra lo Spirito Santo e il Padre. Inviato dal Padre (14,16.26), lo Spirito condivide l’eterna comunione esistente tra il Padre e il Figlio (14,19: «chi vede me vede il Padre») asserita dalla locuzione «tutto quello che il Padre possiede è mio». In questa dinamica trinitaria lo Spirito Santo comunica il Figlio, la parola incarnata e glorificata del Padre. Così la rivelazione divina alla chiesa e al mondo è conclusa e nulla va aggiunto a quanto Gesù ha «narrato» di Dio Padre (cf. 1,18). Lo Spirito che ha accompagnato permanentemente l’azione di Gesù continua ad esserne l’ermeneuta perché continua a svelare progressivamente nella storia il senso da attribuire alla rivelazione del Figlio. La chiesa deve ascoltare costantemente la voce dello Spirito Santo e non deve mai aver paura dell’avvenire perché lo Spirito rende eternamente presente il Figlio, latore dell’amore di Dio Padre per l’umanità. |
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| Lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera. Gv 16, 1215 |
| Abbiamo tutti sperimentato quanto sia difficile parlare di Dio, io forse più di voi. Permettetemi di iniziare questa omelia in modo diverso. Varsavia negli anni ‘80. Un bambino di otto anni di nome Pavel sta giocando col suo computer. Nella stanza c’è anche la zia. A un tratto il bambino interrompe il gioco, si gira e chiede alla zia: «Com’è Dio?». Suo padre non gli ha mai parlato di Dio, è un ingegnere ateo; la madre è morta. La zia lo guarda in silenzio, gli si avvicina, lo abbraccia, gli bacia i capelli e tenendolo stretto a sé sussurra: «Come ti senti, ora?». Pavel non vuole sciogliersi da quell’abbraccio, alza gli occhi e risponde: «Bene, mi sento bene». E la zia riprende: «Ecco, Pavel, Dio è così». Questa scena, tratta da Decalogo 1 di Kieslowski, è forse una delle parabole più belle che abbia mai trovato per dire qualcosa di Dio: Dio come un abbraccio. E questo è anche il senso della Trinità, almeno il senso simbolico. Trinità, dogma che non capisco eppure liberante, perché mi assicura che Dio non è in se stesso solitudine, ma che l’oceano della sua essenza vibra di un infinito movimento d’amore. C’è in lui reciprocità, scambio, superamento di sé, incontro, abbraccio. Dio è movimento d’amore. Allora ogni uomo, creato non solo a immagine di Dio, ma, con più verità, a immagine e somiglianza dell’intera Trinità, ogni uomo, allora, è movimento d’amore. Ogni buona teologia diventa antropologia, mi parla dell’uomo. E oggi mi rivela che la mia natura profonda è la comunione, che la mia missione è ancora intessere comunione, che la sostanza di cui è fatto l’uomo è la comunione. Dice il Signore nel giardino dell’Eden: «Non è bene che l’uomo sia solo» (Gen 2, 18). E questa stessa parola vale per il nostro giardino e per l’alto dei cieli; citando un titolo di David Maria Turoldo, possiamo dire che «neanche Dio può stare solo». La Trinità è la prima vittoria sulla solitudine. E questa è la direzione che deve prendere la nostra storia, chiamati tutti non tanto a mendicare soccorsi, quanto a spezzare solitudini. Della Trinità io so solo ciò che mi dice la Bibbia. E le tre letture di oggi sono una guida perfetta: non procedono per dimostrazioni, ma per immagini, simboli, esperienze. Con la parola di Dio abbandoniamo la logica razionale, lasciamo la filosofia e adottiamo quel linguaggio: la poesia, il cuore pieno, la ricerca. La poesia del libro dei Proverbi parla di Dio attraverso il miracolo delle cose e della loro origine, attraverso l’Architetto che sta davanti a Dio, che conosce il luogo dove nascono gli abissi e che traccia l’arco del cielo, attraverso le emozioni della Sapienza che prova la gioia di creare, gode della bellezza delle cose, gode della compagnia degli uomini. Non il Dio noioso dei nostri trattati, dunque, ma il Dio gioioso che moltiplica vita, crea bellezza, produce armonia e compagnia. Allora, quando, con tutta umiltà, provo anch’io la gioia di vivere, la gioia per la bellezza, la gioia per la compagnia degli uomini e delle cose, quando l’amore e l’amicizia generano lampi di felicità, posso cantare con il salmista: «Come splende, Signore Dio nostro, il tuo nome su tutta la terra» (Sal 8): il tuo nome, la tua verità. E la gioia è la verità di Dio. Nella Lettera ai Romani troviamo poi il “cuore pieno” di passione e di speranza. E ci portano, queste parole, quasi nella direzione opposta rispetto alla prima lettura. C’è come un pendolo inarrestabile che batte anche il tempo della tribolazione, come uno scavo verso uno strato sempre più profondo: «La tribolazione produce pazienza; la pazienza crea virtù provata; la virtù provata produce speranza»; e infine: «La speranza non delude». A noi, abituati a interpretare tutto, secondo la moda di oggi, a interpretare storia, mondo, persone in chiave di critica negativa, di vuoto, di degrado, di impoverimento, di sospetto, a noi Paolo racconta tutt’altra visione delle cose. Parla di un Dio che riempie il cuore: «L’amore è stato riversato nei vostri cuori per mezzo dello Spirito». E parla di grandi acque, di quantità che deborda, di un Dio che non misura, che non è condizionato per nulla dal cuore piccolo dell’uomo, dalla piccolezza delle nostre anfore, che immette in noi quel “di più”, che ci chiama oltre gli equilibri contabili del dare e dell’avere. Dio è speranza che non delude. Infine Gesù, nel suo discorso d’addio, adotta il linguaggio della rivelazione e della ricerca intrecciate insieme. Rivelazione, ma non completa: «Ho ancora molte cose da dirvi, ma ora non potete portarne il peso». Il Signore non vuole definire tutto, se ne va senza aver detto tutto; invece di dire: Questo è tutto, non c’è altro, come farebbe la nostra presunzione, promette un guida per un lungo cammino, un’esaltante ricerca che non finirà. «Lo Spirito vi guiderà alla verità tutta intera»: e noi la cerchiamo, cercatori liberi e mai arresi. Lo Spirito genera evangelo in noi: è lui il vento che fa nascere i liberi cercatori d’oro. Tutti i verbi che Gesù usa: “verrà”, “annuncerà” “guiderà”, “prenderà”… sono coniugati al futuro, per domani, non per oggi. Così sappiamo, per bocca di Gesù, che la verità non è un deposito definito, che non è chiusa nelle nostre formule, ma è ricerca, scavo, progresso. Nel Vangelo scopri nuovi tesori quanto più lo apri, quanto più lo scavi. «La verità tutta intera» non consiste in definizioni nuove, in definizioni teologiche, ma è l’intera vita di Cristo, l’umana rivelazione di Dio nella vita. La verità è tradurre ancora il vangelo di Cristo in forte armoniosa cordiale sapienza del vivere. Lo Spirito ci introdurrà a questa sapienza del vivere, sapienza custodita nella vicenda terrena di Gesù, sapienza sulla nascita, sulla vita, sulla morte, sull’amore. Allora il dogma della Trinità non è un elaborato mentale dove si cerca di far coincidere il “tre” e l’“uno”, ma è sorgente di sapienza del vivere. E ogni buona teologia diventa buona antropologia e ci guida a essere pienamente uomini, come è stato Gesù, con il nostro mistero di singolare e plurale, pienezza della verità per Dio e insieme per l’uomo. Se Dio si realizza solo nella comunione, anche l’uomo solo nella comunione troverà la sua pienezza. L’uomo esiste, allora, in questo grande scambio di vita, che fa esistere ciascuno attraverso gli altri, ciascuno insieme con gli altri, ciascuno per grazia degli altri: tutti insieme incamminati verso un Padre che è fonte gioiosa della vita, verso un Figlio che mi innamora, verso uno Spirito che accende di comunione tutte le nostre solitudini. |