La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo

(Mt 21,42)

La parabola è insieme cupa e trasparente: la vigna è Israele, il mondo sono io. Vigna che produce uva selvatica, in Isaia; una vendemmia di sangue, in Matteo. La parabola è dura, e corre verso un epilogo sanguinoso.

Gesù osserva l’uomo dei campi, il nostro Dio contadino: lo vede mentre guarda la sua vigna con gli occhi dell’innamorato e la circonda di cure. Che cosa potevo fare di più per te che io non abbia fatto? Parole di un Dio appassionato e triste, che continua a fare per me ciò che nessuno farà mai.

Fino alla svolta del racconto: alla fine, che cosa farà il signore della vigna? La parabola non si conclude nel disamore o nella vendetta, ma su di una fiducia immotivata, unilaterale, perché tra Dio e l’uomo le sconfitte servono solo a far risaltare di più l’amore. La vigna di Dio sarà data a un popolo che ne produca i frutti. E allora inizierà da capo la conta, e il rischio, della speranza.

Così è il nostro Dio: in Lui il lamento non prevale mai sul futuro. Un popolo c’è, un uomo c’è, di certo sta nascendo, forse è già all’opera, chi sa farla fruttificare. Ci sono, stanno sorgendo, in mille piccole vigne segrete, dei coltivatori bravi che custodiscono la vigna anziché depredarla, che mettono il proprio io a servizio dell’umanità, anziché gli altri a servizio della propria vita. Sono i custodi del nostro futuro. Sanno produrre frutti buoni.

Il Regno comincia con questi acini di Dio, come piccoli grappoli di Dio fra noi.

Con gli scartati costruisci la tua chiesa